Ott 4 2016

Giovedì 6 ottobre 2016: inaugurazione Clapìe!

Giovedì 6 ottobre inaugura la biblioteca dell’associazione culturale Clapìe, alle 16 e 30; aperitivo alle 18 e 30, e alle 20 e 30 ci sarà la presentazione di “700 anni di rivolte occitane“. Un momento importante per Tabor, visto che la biblioteca che inaugura è la “Libera biblioteca delle Alpi – Tabor“, che appunto aprirà nei locali dell’associazione Clapìe. Seguiranno su questo blog aggiornamenti e notizie… Tutti invitati! A giovedì.giovedì 6 - Clapìe


Set 2 2016

Settecento anni di rivolte occitane

cover.DeSède

Gérard De Sède, Settecento anni di rivolte occitane,

Tabor edizioni Valle di Susa, luglio 2016, 352 pagine, 12 euro, isbn 978-88 941842-0-4

L’Occitania è innanzitutto l’area di diffusione della lingua d’oc, parlata a sud della Loira, dalle Alpi ai Pirenei e dall’Atlantico al Mediterraneo. Ma è anche il luogo di una originale civiltà che al suo apogeo, nel XII e XIII secolo, fu aggredita e sconfitta in una guerra di conquista passata alla storia come la crociata contro i catari.

Da allora, per settecento anni, gli occitani non hanno mai smesso di ribellarsi e di difendere la loro libertà e identità contro il centralismo dello Stato francese. Le rivolte dei tuchini e dei croquants, le guerre dei camisards e delle demoiselles, le Comuni di Marsiglia e Narbonne, la sollevazione dei vignaioli del 1907, l’insurrezione del Larzac… sono solo alcuni degli episodi di questa lotta misconosciuta o deliberatamente cancellata che l’autore ripercorre in questo libro.

Una incursione appassionata nella storia dell’Occitania, la storia di una resistenza che non è affatto conclusa…

SOMMARIO

Introduzione

Prefazione, del Collettivo «Mauvaise troupe occitana»

1. Che cos’è questa Occitania?

2. Bernard Délicieux, la sfida all’Inquisizione

3. «Rei de Fransa, rei de figas, rei de merda». Dai tuchini ai croquants

4. L’Ormée: una Repubblica a Bordeaux sotto Luigi XIV

5. I camisards, guerriglieri e profeti

6. Lotta sociale e psicodramma: la strana guerra delle demoiselles (1829-1872)

7. 1851: la Provenza imbraccia le armi contro il colpo di Stato bonapartista

8. 1870: la Comune nasce in Occitania

9. 1907: i grappoli della collera

10. L’Occitania nel Novecento

Recensione di Sandro Moiso, apparsa su Carmilla Online.

Recensione di Alessandro Barile, apparsa su Il Manifesto.

Recensione di H. Agît Dora, apparsa su Le Monde Diplomatique.


Mar 17 2016

Difendere la Zad

È uscito un nuovo libretto per Tabor:

Collettivo «Mauvaise troupe», Difendere la Zad, 

Tabor, marzo 2016, pp. 40 (f.to 11×17 cm), euro 2.00

Sui terreni di Notre-Dame-des-Landes, tuttora minacciati dal progetto di un aeroporto, è sbocciato uno spazio di rigogliosa sperimentazione. Dopo la vittoriosa resistenza all’ondata di sgomberi dell’autunno 2012, la Zad è divenuta un grido di battaglia, ispiratore di molteplici altri focolai di non sottomissione. Ora che il governo di Parigi ha annunciato il ritorno in forze dei gendarmi sul terreno, questo libretto si fa eco di tale avventura politica e chiama, appassionatamente, alla difesa della Zad.

difendere la ZAD

difendere la ZAD

Il libretto è anche scaricabile GRATUITAMENTE da qui.


Ott 23 2015

Le Alpi, la crisi, la rivincita del locale

copertina_materiali_alpi«Le Alpi, la crisi, la rivincita del locale». Interventi e scritti di: Enrico Camanni, Adriano Cirulli, Marco Aime, Stefano Boni, redazione della rivista “Nunatak”, Daniele Pepino, settembre 2015, pp. 32 (f.to 14,5×21 cm.), euro 3.00.

L’attuale crisi della “civiltà occidentale” mostra tutta la fragilità e inadeguatezza del sistema tecno-burocratico di fronte ai disastri, alle ingiustizie, ai conflitti da esso stesso generati. Ovunque, sempre più pervasiva, si impone una artificializzazione dei territori, che da luoghi del rapporto organico uomo-natura sono ridotti ad asettici siti per la forsennata riproduzione di profitto e di lavoratori/consumatori sradicati e omologati.
Come ogni civiltà, anche la nostra è destinata all’estinzione (e sono ormai i suoi stessi funzionari ad annunciarne l’imminenza con angoscia), ma ciò che verrà dopo dipende dalle dinamiche in atto sui territori nel corso del suo declino. Cioè oggi.
Ci troviamo su un confine, in bilico tra le opportunità di rinascita offerte dalla disgregazione degli apparati di dominio e l’ulteriore rovina nel baratro della catastrofe ecologica e sociale; perciò è urgente un ripensamento radicale delle forme organizzative, decisionali, economiche e delle teorie che le esprimono.
Territorio, identità, autonomia, sovranità sono questioni aperte che, nella crisi degli Stati nazione e della globalizzazione capitalista, emergono in tutta la loro importanza e problematicità, con cui volenti o nolenti dobbiamo fare i conti.
Ne parleremo insieme, in un confronto aperto con studiosi che hanno affrontato tali questioni (con approcci e prospettive diverse), a partire dal territorio in cui siamo (le Alpi, con la loro storia e le loro specificità), verso una prospettiva più ampia di rivincita del locale, delle bioregioni e delle comunità umane coi loro bagagli di solidarietà, condivisione, resistenza, autonomia…

In questa pubblicazione sono trascritti alcuni degli interventi dei partecipanti alla tavola rotonda («Le Alpi, la crisi, la rivincita del locale», Bussoleno, 7 giugno 2014 – in «Una montagna di libri contro il Tav»), affiancati da estratti selezionati da alcuni saggi degli stessi autori. Non sono, dunque, gli atti completi del convegno, ma semplicemente una raccolta di materiali utili, a nostro avviso, a sviluppare un dibattito che si fa ogni giorno più urgente: quello sull’autogoverno comunitario dei territori in cui viviamo.


Ott 23 2015

Dallo Stato nazione al comunalismo

dallo stato nazione al comunalismoJaneth Biehl, Dallo Stato nazione al comunalismo. Murray Bookchin, Abdullah Öcalan e le dialettiche della democrazia, settembre 2015, pp. 20 (f.to 14,5×21 cm.), euro 2.00.

Questi «materiali» di Tabor rispondono all’esigenza di pubblicazioni più agili rispetto ai libri editi finora, con uscite più rapide e tirature più limitate (magari finalizzate ad accompagnare una specifica iniziativa o a contribuire a un dibattito).
Materiali per la discussione, quindi, stimoli alla ricerca, alla critica e, soprattutto, all’autocritica. Già, perché crediamo che per affinare le armi della critica sia oggi più che mai prioritario rivolgerle su noi stessi, sulle nostre inadeguatezze alle esigenze rivoluzionarie del presente. Anche perché ci sembra che questa disponibilità a mettersi in discussione non sia così diffusa, anzi. Troppo spesso, a fronte di un anti-dogmatismo di facciata, ogni “novità”, ogni rottura dei (propri) schemi, viene vissuta come una minaccia a quella corazza identitaria che erigiamo per proteggerci dal “mondo esterno” e dalla sua irriducibilità a schemi preconfezionati.

In quest’ottica, il testo qui pubblicato, al di là delle singole posizioni che si possono più o meno condividere, ci pare particolarmente adeguato. Quello che emerge, infatti, da questa esposizione del pensiero di Bookchin e di Öcalan, è un percorso, teorico e pratico, non fossilizzato in una ideologia immutabile, ma aperto al confronto continuo con i propri limiti e i propri sbagli, oltre che con le modificazioni della realtà circostante. Ed è questo metodo, a nostro avviso esemplare, che vogliamo proporre all’attenzione dei lettori e delle lettrici.
Sarà forse un caso, infatti, che proprio il movimento ispirato da Öcalan, che ha saputo apertamente rivolgere le armi della critica contro se stesso e i propri errori, sia oggi il solo movimento in grado di esprimere anche una critica in armi all’altezza delle trasformazioni rivoluzionarie in atto?


Ago 7 2015

Cosa succede in Medio Oriente?

un solo amico: le montagne

Cosa succede in Medio Oriente?
Contrariamente alle menzogne della propaganda, gli unici che stanno davvero combattendo sul campo le aggressioni dello Stato islamico (e le mire delle potenze capitaliste), sono le forze del PKK-PYD, alla guida di un movimento popolare, dal basso, fatto di uomini e donne, uniti al di là delle barriere nazionali, etniche, religiose… È un processo rivoluzionario, che da oltre tre anni ha liberato la regione del Rojava (nord-Siria) riorganizzando la vita sociale – pur nelle difficoltà della guerra e dell’isolamento – sulla base del protagonismo popolare, dell’uguaglianza di genere e della difesa dell’ambiente. È qualcosa di dirompente nello scenario mediorientale e non solo… Per questo hanno tutti contro… Per questo noi stiamo dalla loro parte…

Martedì 11 agosto 2015dalle ore 18:00
Presidio No-Tav di Venaus (Valsusa – TO)
Serata informativa – Cena + Film + Dibattito

Proiezione materiale video
Documentario sulla resistenza di Kobane
Incontro con Daniele Pepino
Autore di “Nell’occhio del ciclone. Il popolo curdo tra guerra e rivoluzione” , tornato di recente da Siria e Iraq

venaus 11 agosto


Ago 7 2015

Benvenuti a Kobane

Documentario video sulla Resistenza e la ricostruzione di Kobane. Luglio 2015.

 


Ott 7 2014

YPJ: Un giorno in Siria tra le donne kurde combattenti


Ott 1 2014

Kurdistan, nell’occhio del ciclone

Due serate sul Kurdistan, giovedì 2 ottobre a Trento e venerdì 3 ottobre a Milano, per approfondire una questione che da sempre è cara alle edizioni Tabor, con Daniele Pepino e il MED, centro culturale Curdo.

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Mag 3 2014

Escartoun

 

copertina EscartounWalter Ferrari e Daniele Pepino, “Escartoun”, la federazione delle libertà. Itinerari di autonomia, eresia e resistenza nelle Alpi occidentali, marzo 2013, pp. 128, euro 6,00.

Nel 1713 il Trattato di Utrecht pone fine alla vicenda storica della Confederazione degli Escartons. Formalmente nata nel 1343 con la Grande Charte des Libertès Briançonnaises, essa è in realtà il culmine di un’organizzazione secolare di comunità federate tra loro, eredi di una millenaria resistenza che oppone i montanari delle Alpi ai poteri che si sono susseguiti nei tentativi di “pacificare” e “normalizzare” un territorio ribelle, sempre in lotta a difesa della propria autonomia. Un cammino incompiuto, come dimostra la resistenza che in Valsusa continua; una resistenza che oggi, confrontandosi con i propri precedenti passi, non può che acquistare ulteriore consapevolezza e forza per le battaglie presenti e per quelle a venire.

Sommario: I. In Val di Susa, sulle tracce di un’insubordinazione millenaria (di Daniele Pepino) / 1. «Questo singhiozzo ardente che passa di secolo in secolo…» / 2. Celebrare una barriera? / 3. Un’atavica consuetudine alla libertà / 4. “Anarchia feudale”? / 5. Le correnti pauperistiche e il conflitto tra autonomia e servitù / 6. La Federazione degli Escartoun / II. «Lous Escartoun». Autogoverno, eterodossia, indipendenza montanara (di Walter Ferrari): 1. Premessa: tre secoli di occupazione / 2. Prologo nei Pirenei / 3. Dai monti dell’Atlante all’Occitania / 4. Catari, Valdesi… ma soprattutto diversi: realtà montanara e identità religiosa / 5. I princìpi della Grande Charte / 6. Quando finisce la libertà / 7. Quando finisce lo Stato: origini dell’indipendentismo e prospettive per il XXI secolo / III. La République des Escartons in Alta Val Chisone. Culmine di una millenaria civiltà alpina: 1. La prima confederazione / 2. Le comunità / 3. Gli Escartons / 4. Guerre di religione e coscienza di popolo / 5. Le infiltrazioni cattoliche e la fine degli Escartons.

 

Dall’introduzione:

«…È un grido ripetuto da mille sentinelle,
un ordine ritrasmesso da mille portavoci,
un faro acceso su mille fortezze,
un suono di cacciatori perduti in grandi boschi!
Perché, veramente, o Signore,
è la migliore testimonianza che noi si possa dare della nostra dignità
questo singhiozzo ardente che passa di secolo in secolo,
per morire ai piedi della tua eternità».
(Charles Baudelaire, “I Fari”)

«Questo singhiozzo ardente che passa di secolo in secolo…»

 È uno “sguardo di ricognizione” quello che abbiamo rivolto, nelle pagine che seguono, alla storia delle nostre valli. Ma non uno sguardo asettico e imparziale, come si spaccia spesso di essere quello della presunta neutralità scientifica.

È uno sguardo che muove da una prospettiva limpida ed esplicita, che ha le sue chiavi interpretative – come dichiarato fin dal titolo – nei concetti di autonomia, eresiaresistenza.

Se su tali aspetti si è dunque concentrato il nostro sguardo, ciò non equivale affatto – riteniamo – a una ricostruzione “distorta” o “arbitraria” della storia.

Perché le libertà dei montanari (l’autonomia materiale) e la loro assunzione e difesa sia sul piano simbolico-culturale (l’eresia, il dissenso), che su quello pratico (la resistenza, la rivolta), costituiscono l’ossatura della storia delle terre alte e delle loro genti indomite, qualcosa che nemmeno secoli di storia scritta dai vincitori hanno potuto cancellare.

Non entreremo, volutamente, nel merito del dibattito storiografico su quanto di “mitico” ci sia nelle ricostruzioni che son state fatte dell’esperienza degli Escartoun. Che una qualche “mitizzazione” ci sia stata è evidente fin dal nome con cui spesso viene ricordata la loro organizzazione comunitaria: “Repubblica”. Tale definizione è naturalmente una sovrapposizione terminologica successiva: gli Escartoun non si definirono mai così, né mai l’avrebbero potuto fare. Noi, però, non siamo archeologi e neppure storici specialisti in grado di rivelare chissà quali scoperte o novità storiografiche. Non è neppure nostro interesse farlo.

Quello che ci interessa, come obiettivo di questa pubblicazione, è contribuire a sollecitare una riflessione sulle questioni che la vicenda storica degli Escartoun chiama in causa: la questione dell’autonomia montanara, in particolare, e dell’autogoverno comunitario delle bioregioni, più in generale.

Tale prospettiva esula, crediamo, dai dettagli di ciò che l’esperienza “escartonese” riuscì effettivamente a realizzare, così come dal fatto che essa possa definirsi un percorso “autogestionario”, come affermano alcuni storici, o semplicemente un accordo sul pagamento delle imposte concesso dal sovrano, come al contrario sostengono altri.

Non che sia privo di interesse, chiaramente, questo dibattito, soprattutto per noi che in queste terre continuiamo a vivere e a cercare di strappare spazi di libertà e autonomia. Ma se anche, paradossalmente, la Federazione degli Escartoun fosse nient’altro che un mito (cosa che comunque non crediamo), non rappresenterebbe comunque, in quanto tale, qualcosa da approfondire e su cui riflettere? Perché mai sarebbe nato il mito di una “repubblica alpina” in grado di autogovernarsi, di vivere in armonia con il proprio territorio e le sue risorse, di allontanare ingiustizie e ineguaglianze? Di quali aspirazioni, di quali “forze sociali”, sarebbe espressione tale utopia?

Senza voler fare analogie improponibili, un parallelo però balza alla mente con vicende a noi coeve: la “Repubblica della Maddalena”, o quella “di Venaus”, nell’ambito della lotta contro il Tav in Valsusa. Quale legittimità storiografica o etimologica hanno tali definizioni? Nessuna, evidentemente. Ma non sta proprio, forse, in tale paradossalità, nella loro natura di “mito collettivo”, il loro senso e il loro interesse? E non sono forse, in un certo senso, tanto più interessanti quanto più lontane dalla realtà (proprio in quanto segnali dell’aspirazione a trasformarla)?

 Una riflessione, dunque, quella che qui proponiamo, che non si esaurisce affatto su un piano meramente “culturale”, ma che avanza una proposta decisamente “pratica”. Togliere terreno allo Stato e ai potentati economici che stanno – ormai innegabilmente – portando alla rovina i territori, le comunità, le nostre vite. Questa è la consegna. Perché quando il capitalismo arriva ad attaccare e compromettere le stesse basi della sopravvivenza, da queste bisogna ripartire, e queste si trovano sui territori in cui viviamo e che dobbiamo riconquistare. Non per creare impossibili isole felici in un mondo marcio, ma per costituire roccaforti di resistenza e di alternativa, per liberare le retrovie indispensabili all’attacco. Territori che sfuggano al soffocante controllo degli Stati, coni d’ombra nelle loro carte, in cui praticare autonomia e sperimentare libertà.

È in tale prospettiva che la vicenda degli Escartoun può essere, crediamo, un buono stimolo di ricerca; non tanto per arrivare a capire come è andata, quanto per riconoscersi, oggi, in cammino su un sentiero incompiuto, lo stesso che gli abitanti delle terre “brianzonesi” hanno senz’altro battuto prima di noi. Quello della loro resistenza millenaria; quell’ostinato sentiero che travalica le frontiere, che federa le libertà. Questo singhiozzo ardente che passa di secolo in secolo…

Confrontarci con le sue tracce, o con quel che ne rimane, può quindi aiutarci ad affrontare il nostro viaggio, oggi, con maggiore consapevolezza e forza.

Recensione di Pippo Gurrieri, da Sicilia Libertaria.