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Presentazioni “Settecento anni di rivolte occitane”

Inizia un ciclo di presentazioni della nuova produzione Tabor, la traduzione italiana di “Settecento anni di rivolte occitane“,  di Gérard De Sède. Si inizia nelle alpi occitane, e precisamente:

Giovedì 15 settembre – villa Torre Aceglio – Madonna delle Grazie, Cuneo

Ore 19: merenda sinoira “a nosto modo” e alle 21: presentazione a cura dell’editore.

 

Sabato 17 settembre – Casa della Meridiana – Borgata Serre – Elva (CN)

Ore 17: presentazione a cura dell’editore, promuove l’associazione Ilamoun.

 

Domenica 18 settembre – Osteria “La pecora nera” – Fraz. Pontebernardo, Pietraporzio, alta valle Stura (CN)

Ore 17.30: presentazione a cura dell’editore e a seguire apericena popolare.

presentazione 700 anni


Aggiornamenti da Tabor

Finalmente è uscito il nuovo libro di Tabor “Settecento anni di rivolte occitane“, e QUA trovate tutte le informazioni. Si stanno organizzando varie presentazioni, tenete d’occhio il nostro blog per sapere luoghi e date.

Invece la vicenda giudiziaria relativa all’irruzione alla Turkish airlines ha coinvolto Daniele Pepino assieme a altri nove imputati, e trovate una sua intervista QUA, scaricabile in formato pdf; ci stiamo anche organizzando per farne una versione cartacea disponibile a più presto. Per chi non sapesse di questa faccenda giudiziaria e volesse informarsi, consiglio di LEGGERE QUA (informa-azione.info), e anche qua, la pagina Facebook del centro di documentazione Porfido di Torino.


Settecento anni di rivolte occitane

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Gérard De Sède, Settecento anni di rivolte occitane,

Tabor edizioni Valle di Susa, luglio 2016, 352 pagine, 12 euro, isbn 978-88 941842-0-4

L’Occitania è innanzitutto l’area di diffusione della lingua d’oc, parlata a sud della Loira, dalle Alpi ai Pirenei e dall’Atlantico al Mediterraneo. Ma è anche il luogo di una originale civiltà che al suo apogeo, nel XII e XIII secolo, fu aggredita e sconfitta in una guerra di conquista passata alla storia come la crociata contro i catari.

Da allora, per settecento anni, gli occitani non hanno mai smesso di ribellarsi e di difendere la loro libertà e identità contro il centralismo dello Stato francese. Le rivolte dei tuchini e dei croquants, le guerre dei camisards e delle demoiselles, le Comuni di Marsiglia e Narbonne, la sollevazione dei vignaioli del 1907, l’insurrezione del Larzac… sono solo alcuni degli episodi di questa lotta misconosciuta o deliberatamente cancellata che l’autore ripercorre in questo libro.

Una incursione appassionata nella storia dell’Occitania, la storia di una resistenza che non è affatto conclusa…

SOMMARIO

Introduzione

Prefazione, del Collettivo «Mauvaise troupe occitana»

1. Che cos’è questa Occitania?

2. Bernard Délicieux, la sfida all’Inquisizione

3. «Rei de Fransa, rei de figas, rei de merda». Dai tuchini ai croquants

4. L’Ormée: una Repubblica a Bordeaux sotto Luigi XIV

5. I camisards, guerriglieri e profeti

6. Lotta sociale e psicodramma: la strana guerra delle demoiselles (1829-1872)

7. 1851: la Provenza imbraccia le armi contro il colpo di Stato bonapartista

8. 1870: la Comune nasce in Occitania

9. 1907: i grappoli della collera

10. L’Occitania nel Novecento

Recensione di Sandro Moiso, apparsa su Carmilla Online.

Recensione di Alessandro Barile, apparsa su Il Manifesto.

Recensione di H. Agît Dora, apparsa su Le Monde Diplomatique.


Nell’occhio del ciclone

Nuova uscita per le edizioni Tabor:

Daniele Pepino, “Nell’occhio del ciclone. La resistenza curda tra guerra e rivoluzione”, Tabor, Valsusa, dicembre 2014, 32 pp., 2 euri.

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Fondobosco

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Marco Bailone, Fondobosco, maggio 2014, 80 pagine a fumetti, euro 10,00.

È impossibile scrivere una introduzione per Fondobosco!
Riassumerne semplicemente la trama ne sminuirebbe la portata.
Sintetizzarlo, descriverlo, spiegarlo… è un’impresa disperata.
Sappiate solo che siete sulla soglia di una selva inestricabile di ispirazioni, rimandi, suggerimenti… Dovrete perlustrarne i meandri, aguzzare la vista, riconoscere le tracce.
Qui e là, varchi inaspettati riveleranno itinerari possibili, richiami immaginari, suggestioni nascoste… percorsi lasciati alla fantasia e all’intraprendenza del lettore.
Ma alcune delle fonti di ispirazione meritano d’essere fin d’ora svelate:
l’opera di Dino Buzzati, sia letteraria che pittorica (e in particolare il racconto Il segreto del bosco vecchio); il film «Principessa Mononoke», di Hayao Miyazaki; le esperienze sciamaniche raccolte da Mircea Eliade in Lo sciamanesimo e le tecniche dell’estasi (in particolare nel fenomeno dello smembramento, ricucitura e rinascita); Mago Merlino in un suo poco noto periodo panico, in cui vaga per i boschi nutrendosi di castagne (raccontato da Geoffrey di Monmouth, in La follia di Mago Merlino); l’enigmatica figura della mitologia islamica “Al- Khadîr”, omino verde a cavallo di un pesce con in mano una lanterna, una sorta di guida profetica per chi è perso nelle tenebre alla ricerca di sé (Ioan Petru Culianu, Il rotolo diafano).
E molto altro ancora… Perché Fondobosco «non è una storia, è un albero di storie» (così Mario Vargas Llosa, in La guerra della fine del mondo, definisce la vicenda storica dell’insurrezione millenarista di Canudos, Brasile).
E molto resta da esplorare in questo viaggio… alla deriva, senza freni, su sfondo d’apocalisse…

Per organizzare presentazioni o contattare l’autore: www.bailone.it

Recensione di Caterina Ramonda per Biblioragazzi.

Recensione di Ferruccio Giromini per Fumo di China.

Recensione di Anselmo Roveda per Andersen.


Dante Alighieri, Canto XXXIIIbis

incredibile ritrovamento

Dante Alighieri, Inferno – canto XXXIII bis – l’incredibile manoscritto ritrovato in Valsusa, dicembre 2013, pag 64, euro 6,00.

Nel 1308 Dante Alighieri è esule, incammino verso la Francia. Nel suo peregrinare, approda in Valle di Susa. Tratto in arresto dagli armigeri che presidiano la valle, dopo qualche giorno di prigionia troverà ricovero presso i monaci della Sacra di San Michele. Quivi, nel riposo illuminato da una pozione di “spetialissime erbe”, il poeta si ritrova catapultato in una sorprendente visione premonitrice. Il Maestro Virgilio lo condurrà nell’abisso del peccato pi’u grave e imperdonabile in cui l’umanità si appresta a sprofondare: IL TRADIMENTO DELLA NATURA E DELLA SPECIE.
Un abisso di abbrutimento, avidità e supplizio, che si disvela a Dante nei travagli del territorio valsusino. Un abisso che è il nostro presente…
Il manoscritto qui pubblicato, ritrovato dopo secoli di oblio, contiene le terzine attraverso cui il sommo poeta ha voluto consegnarci questo viaggio. Un monito che un imperscrutabile destino ha voluto rivelarci soltanto oggi, proprio quando l’abominevole abisso pare averci inghiottito anima e corpo, ma nel contempo dalle sue viscere s’affacciano, flebili ma inesorabili, i bagliori d’una novella resistenza.

«…Si formerà dal Seghino a Chianocco
da Venaus, Bussoleno e Chiomonte
per tutta la Val Susa un solo blocco;
da fondovalle fino in cima al monte
sarà modello d’ogni altra vallata,
e d’ogni libertà presidio e fronte;
chi vorrà far colà terra bruciata
vedrà levar la testa, e quanto vale
l’orgoglio d’una gente ricattata…»


Dolcino e Margherita

dolcino e margherita

Tavo Burat (Gustavo Buratti), Fra Dolcino e Margherita. Tra messianesimo egualitario e resistenza montanara, agosto 2013, pp. 128, euro 6,00.

 

Anche i morti non sono al sicuro dal nemico se egli vince.
E questo nemico non ha smesso di vincere.
Walter Benjamin

Il mondo in cui viviamo è costruito innanzitutto sulla sconfitta di tutti coloro che ci hanno provato prima di noi, sui massacri di contadini in rivolta per difendere la loro autonomia e l’uso collettivo delle risorse, sui roghi degli eretici e delle donne bruciate come streghe, sul genocidio dei popoli “selvaggi” colonizzati e sullo sterminio dei nemici interni: luddisti, vagabondi, comunardi, briganti, ribelli e banditi di ogni epoca. Il volto del nemico non è cambiato: oggi come allora, ancor più che l’oscurantismo religioso c’è da temere il preteso “progresso” del razionalismo economico. La storia, però, non è conclusa; la loro sconfitta può essere sempre rimessa in gioco, e fors’anche, un bel giorno, non essere più tale.
Nel settimo centenario del rogo di Dolcino e di Margherita, in Valle di Susa, organizzammo – insieme anche a Tavo Burat – tre giornate di incontri con questa prospettiva: riappropriarci della nostra storia, riprendere in mano le battaglie del passato, per mescolarle e farne cosa viva nelle lotte di oggi. Inutile dire quanto, in questo cammino, l’aiuto di Tavo ci sia stato (e lo sia tuttora) prezioso, addirittura imprescindibile.
Gran parte degli scritti di Tavo su Fra Dolcino sono sparsi in riviste, giornali, libri, molti dei quali di difficile reperimento o esauriti. Questa pubblicazione nasce dunque da un lavoro redazionale su alcuni di tali testi, riuniti e riordinati con l’obiettivo di proporre una storia sintetica e organica del movimento apostolico e del suo significato, sia storico che in rapporto alle resistenze di oggi.
Non vogliamo però “approfittare” di questa introduzione per parlar delle battaglie che ci vedono impegnati oggi, del nostro punto di vista sulla continuità che sentiamo con la resistenza apostolico-montanara. Preferiamo lasciar parlare Tavo, senza sovrapporgli parole e idee non sue.
Tavo ci ha lasciato nel dicembre del 2009.
Questo libro è innanzitutto un omaggio a lui, un gesto di riconoscenza nei suoi confronti, per i saperi e la curiosità che ci ha saputo trasmettere, per la coerenza e il coraggio che ci ha regalato senza cedimenti, fino alla fine, riuscendo a essere, in quest’epoca meschina, un vero e proprio maestro.
Arvëddse Tavo. Grazie.

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«La lotta della società alpina, per salvare, con l’identità originale, anche la propria esistenza, è stata più che millenaria; e la Resistenza del 1943-45 ha avuto anche il significato dell’ultima battaglia di quella civiltà: l’estremo “tuchinaggio”. Basterebbe rileggere la Dichiarazione di Chivasso dei rappresentanti della Resistenza della Valle d’Aosta e delle valli valdesi, per rendersene conto. Per questo la lontana ribellione valsesiana che, per la presenza e la guida di Dolcino, è divenuta “ereticale” al punto di confondere i locali con i forestieri apostolici, è attuale; essa parla ancora alle nostre sensibilità di montanari “non rassegnati” ad accettare una montagna colonizzata, ridotta a squallida periferia per le seconde case di chi, nei grossi centri della pianura, detiene il potere economico; per questo, quella rabbia remota dà voce anche alla nostra…».

Tavo Burat, Attualità e fascino di una ribellione montanara e di un’eresia medievali, ora in Centro Studi Dolciniani (a cura di C. Mornese e G. Buratti), Fra Dolcino e gli Apostolici, tra eresia, rivolta e roghi, DeriveApprodi, Roma, 2000, p. 17.

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«Essere “neodolciniani” significa riaffermare in Dolcino tutto quanto in lui avevano riconosciuto gli operai e i democratici un secolo e mezzo fa. Ma pure vedere in lui e nel suo movimento ereticale il simbolo di una “civiltà alpina” che anche con la loro sconfitta di ribelli apostolici iniziò il degrado. Una civiltà alpina non rassegnata a estinguersi, decisa a resistere all’omologazione di un falso progresso che altro non è invece che la prosecuzione del colonialismo di cui è vittima la montagna da parte dei poteri economici metropolitani. Battersi per una resistenza antica e nuova per il diritto alla “diversità” mai dimenticando che Margherita è emblema del riscatto delle donne e degli uomini vivi e liberi, creature di una madre-terra da amare e difendere da chi intende profanarla e violentarla».

Intervista a Tavo realizzata da Aldo Fappani, 2009, in I Quaderni Dolciniani, n. 0, Biella, 2011.

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Sommario: Introduzione / Alle origini: dal cristianesimo primitivo a Gioacchino da Fiore / La nascita del movimento apostolico: Gherardino Segalello, “libertario di Dio” / La comparsa di Dolcino e la prima lettera ai fedeli / La comunità errante dei fratelli apostolici: dal Trentino al Piemonte / In Valsesia: l’incontro con i montanari e la guerriglia / L’ultima resistenza, l’assedio sul Monte Rubello, il supplizio / Il rogo della “prima strega”: Margherita da Trento / La “dottrina” del movimento apostolico-dolciniano / La Bibbia fonte d’anarchia: la «gran catena delle sollevazioni cristiane» / Il movimento operaio e la riscoperta del “Gesù socialista” / Civiltà montanara e autonomia bioregionale / Appendice.


Escartoun

 

copertina EscartounWalter Ferrari e Daniele Pepino, “Escartoun”, la federazione delle libertà. Itinerari di autonomia, eresia e resistenza nelle Alpi occidentali, marzo 2013, pp. 128, euro 6,00.

Nel 1713 il Trattato di Utrecht pone fine alla vicenda storica della Confederazione degli Escartons. Formalmente nata nel 1343 con la Grande Charte des Libertès Briançonnaises, essa è in realtà il culmine di un’organizzazione secolare di comunità federate tra loro, eredi di una millenaria resistenza che oppone i montanari delle Alpi ai poteri che si sono susseguiti nei tentativi di “pacificare” e “normalizzare” un territorio ribelle, sempre in lotta a difesa della propria autonomia. Un cammino incompiuto, come dimostra la resistenza che in Valsusa continua; una resistenza che oggi, confrontandosi con i propri precedenti passi, non può che acquistare ulteriore consapevolezza e forza per le battaglie presenti e per quelle a venire.

Sommario: I. In Val di Susa, sulle tracce di un’insubordinazione millenaria (di Daniele Pepino) / 1. «Questo singhiozzo ardente che passa di secolo in secolo…» / 2. Celebrare una barriera? / 3. Un’atavica consuetudine alla libertà / 4. “Anarchia feudale”? / 5. Le correnti pauperistiche e il conflitto tra autonomia e servitù / 6. La Federazione degli Escartoun / II. «Lous Escartoun». Autogoverno, eterodossia, indipendenza montanara (di Walter Ferrari): 1. Premessa: tre secoli di occupazione / 2. Prologo nei Pirenei / 3. Dai monti dell’Atlante all’Occitania / 4. Catari, Valdesi… ma soprattutto diversi: realtà montanara e identità religiosa / 5. I princìpi della Grande Charte / 6. Quando finisce la libertà / 7. Quando finisce lo Stato: origini dell’indipendentismo e prospettive per il XXI secolo / III. La République des Escartons in Alta Val Chisone. Culmine di una millenaria civiltà alpina: 1. La prima confederazione / 2. Le comunità / 3. Gli Escartons / 4. Guerre di religione e coscienza di popolo / 5. Le infiltrazioni cattoliche e la fine degli Escartons.

 

Dall’introduzione:

«…È un grido ripetuto da mille sentinelle,
un ordine ritrasmesso da mille portavoci,
un faro acceso su mille fortezze,
un suono di cacciatori perduti in grandi boschi!
Perché, veramente, o Signore,
è la migliore testimonianza che noi si possa dare della nostra dignità
questo singhiozzo ardente che passa di secolo in secolo,
per morire ai piedi della tua eternità».
(Charles Baudelaire, “I Fari”)

«Questo singhiozzo ardente che passa di secolo in secolo…»

 È uno “sguardo di ricognizione” quello che abbiamo rivolto, nelle pagine che seguono, alla storia delle nostre valli. Ma non uno sguardo asettico e imparziale, come si spaccia spesso di essere quello della presunta neutralità scientifica.

È uno sguardo che muove da una prospettiva limpida ed esplicita, che ha le sue chiavi interpretative – come dichiarato fin dal titolo – nei concetti di autonomia, eresiaresistenza.

Se su tali aspetti si è dunque concentrato il nostro sguardo, ciò non equivale affatto – riteniamo – a una ricostruzione “distorta” o “arbitraria” della storia.

Perché le libertà dei montanari (l’autonomia materiale) e la loro assunzione e difesa sia sul piano simbolico-culturale (l’eresia, il dissenso), che su quello pratico (la resistenza, la rivolta), costituiscono l’ossatura della storia delle terre alte e delle loro genti indomite, qualcosa che nemmeno secoli di storia scritta dai vincitori hanno potuto cancellare.

Non entreremo, volutamente, nel merito del dibattito storiografico su quanto di “mitico” ci sia nelle ricostruzioni che son state fatte dell’esperienza degli Escartoun. Che una qualche “mitizzazione” ci sia stata è evidente fin dal nome con cui spesso viene ricordata la loro organizzazione comunitaria: “Repubblica”. Tale definizione è naturalmente una sovrapposizione terminologica successiva: gli Escartoun non si definirono mai così, né mai l’avrebbero potuto fare. Noi, però, non siamo archeologi e neppure storici specialisti in grado di rivelare chissà quali scoperte o novità storiografiche. Non è neppure nostro interesse farlo.

Quello che ci interessa, come obiettivo di questa pubblicazione, è contribuire a sollecitare una riflessione sulle questioni che la vicenda storica degli Escartoun chiama in causa: la questione dell’autonomia montanara, in particolare, e dell’autogoverno comunitario delle bioregioni, più in generale.

Tale prospettiva esula, crediamo, dai dettagli di ciò che l’esperienza “escartonese” riuscì effettivamente a realizzare, così come dal fatto che essa possa definirsi un percorso “autogestionario”, come affermano alcuni storici, o semplicemente un accordo sul pagamento delle imposte concesso dal sovrano, come al contrario sostengono altri.

Non che sia privo di interesse, chiaramente, questo dibattito, soprattutto per noi che in queste terre continuiamo a vivere e a cercare di strappare spazi di libertà e autonomia. Ma se anche, paradossalmente, la Federazione degli Escartoun fosse nient’altro che un mito (cosa che comunque non crediamo), non rappresenterebbe comunque, in quanto tale, qualcosa da approfondire e su cui riflettere? Perché mai sarebbe nato il mito di una “repubblica alpina” in grado di autogovernarsi, di vivere in armonia con il proprio territorio e le sue risorse, di allontanare ingiustizie e ineguaglianze? Di quali aspirazioni, di quali “forze sociali”, sarebbe espressione tale utopia?

Senza voler fare analogie improponibili, un parallelo però balza alla mente con vicende a noi coeve: la “Repubblica della Maddalena”, o quella “di Venaus”, nell’ambito della lotta contro il Tav in Valsusa. Quale legittimità storiografica o etimologica hanno tali definizioni? Nessuna, evidentemente. Ma non sta proprio, forse, in tale paradossalità, nella loro natura di “mito collettivo”, il loro senso e il loro interesse? E non sono forse, in un certo senso, tanto più interessanti quanto più lontane dalla realtà (proprio in quanto segnali dell’aspirazione a trasformarla)?

 Una riflessione, dunque, quella che qui proponiamo, che non si esaurisce affatto su un piano meramente “culturale”, ma che avanza una proposta decisamente “pratica”. Togliere terreno allo Stato e ai potentati economici che stanno – ormai innegabilmente – portando alla rovina i territori, le comunità, le nostre vite. Questa è la consegna. Perché quando il capitalismo arriva ad attaccare e compromettere le stesse basi della sopravvivenza, da queste bisogna ripartire, e queste si trovano sui territori in cui viviamo e che dobbiamo riconquistare. Non per creare impossibili isole felici in un mondo marcio, ma per costituire roccaforti di resistenza e di alternativa, per liberare le retrovie indispensabili all’attacco. Territori che sfuggano al soffocante controllo degli Stati, coni d’ombra nelle loro carte, in cui praticare autonomia e sperimentare libertà.

È in tale prospettiva che la vicenda degli Escartoun può essere, crediamo, un buono stimolo di ricerca; non tanto per arrivare a capire come è andata, quanto per riconoscersi, oggi, in cammino su un sentiero incompiuto, lo stesso che gli abitanti delle terre “brianzonesi” hanno senz’altro battuto prima di noi. Quello della loro resistenza millenaria; quell’ostinato sentiero che travalica le frontiere, che federa le libertà. Questo singhiozzo ardente che passa di secolo in secolo…

Confrontarci con le sue tracce, o con quel che ne rimane, può quindi aiutarci ad affrontare il nostro viaggio, oggi, con maggiore consapevolezza e forza.

Recensione di Pippo Gurrieri, da Sicilia Libertaria.